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EGITTO: INDIETRO NON SI TORNA!
post pubblicato in Politica, il 4 febbraio 2011



Quello che sta succedendo nei Paesi del nord africa è un qualcosa di epocale -  per profondità e vastità del cambiamento paragonabile al crollo del muro di Berlino - a cui tutti noi dovremmo dedicare molta attenzione oltre che profondo rispetto.  E’ singolare come sia l’Unione Europea sia gli Stati Uniti si siano dimostrati impreparati e sorpresi dalla rapida successione degli eventi; a dir poco scandalose sono apparse le ripetute dichiarazioni delnostro ministro degli Esteri a sostegno di Ben Alì e di Mubarak. Di fronte ad un fatto storico di tale portata il silenzio dell’Unione Europa risulta assordante. L’incapacità di prendere una posizione chiara e scevra da interessi particolari ha condannato per l’ennesima volta l’Europa a non contare nulla sulla scena internazionale. Sull’altra sponda dell’Atlantico invece gli Stati Uniti si sono mossi con un’ambiguità che dimostra platealmente come considerino l’Egitto un Paese chiave per la protezione dei propri interessi vitali in tutto il Medio Oriente. E per mantenere il controllo sull’Egitto sono disposti a fare di esso un nuovo Pakistan dove il potere è retto da un connubio tra Islam politico ed intelligence.

La piccola onda sorta in Tunisia si è propagata negli Stati vicini (geograficamente e culturalmente) con la velocità e la forza di uno tsunami e ha dato coraggio e unità di intenti a centinaia di migliaia di persone, giovani in particolare, che sono scese nelle piazza dell’Algeria, del Marocco, della Libia, dello Yemen, della Giordania, della Siria e dell’Egitto.

Grandi protagonisti delle manifestazioni non sono stati i partiti islamici come temuto da qualcuno, ma bensì i giovani, (il gruppo sociale sul quale più pesa la mancanza di prospettive per il futuro) che vedono mancare il lavoro, vedono i loro sforzi posti nello studio e nel miglioramento di sé stessi resi vani da un sistema corrotto dove la meritocrazia non esiste, si sentono schiacciati dalla censura e dalla mancanza di libertà. Proprio i giovani sono stati una risorsa inesauribile di energia ed organizzazione a sostegno delle manifestazioni oceaniche. Hanno fatto ricorso all’utilizzo delle nuove tecnologie quali cellulari ed internet, e grazie ai blog e a facebook hanno potuto aggirare la censura e sono riusciti nonostante gli sforzi del regime egiziano e tunisino ad inventare sempre nuovi modi per comunicare ed organizzare la protesta (un grande ruolo e significato ha avuto la collaborazione della comunità anarchica informale che con i suoi suggerimenti ha istruito gli internauti egiziani a bypassare le restrizioni che venivano via via poste per accedere alla rete. Internet si è rivelata per l’ennesima volta un grande strumento al servizio della democrazia che proprio per questo deve restare libero e reso accessibile a tutti.

Il filo conduttore della protesta che scuote il mondo arabo risiede nella volontà di sottrarsi al controllo di regimi incapaci e corrotti emanazione di una classe dirigente che ha perso ogni contatto con la società e che tende meramente all’autoconservazione (basti pensare al previsto passaggio di poteri che si sarebbe verificato proprio in Egitto da Mubarak senior a Mubarak junior) e a proteggere gli interessi del mondo occidentale in particolar modo statunitensi. Ma gli eventi che hanno scosso la Tunisia hanno aperto gli occhi a molti egiziani che credevano oramai impossibile una svolta e la riappropriazione del proprio futuro. La roccambolesca e un po’ grottesca fuga del presidente tunisino Ben Alì e del suo clan con valigie piene di soldi al seguito hanno dimostrato come questi regimi siano molto meno granitici di quanto sembrino e che possono essere messi in seria difficoltà, ed infine sciogliersi come neve al sole, quando si trovano davanti una consistente parte della società fortemente determinata a veder cambiare le cose. Alle rivendicazioni di una maggiore libertà si associano le rivendicazioni di larga parte del mondo operaio e contadino che vedono i propri redditi diventare sempre più miseri per via di una globalizzazione senza regole. Non bisogna dimenticare infatti che il cuore della protesta ha un nucleo forte di rivendicazioni economiche.

Tuttavia il regime egiziano non è uguale a quello Tunisino, esso può contare su di un esercito e su servizi segreti alquanto potenti. In merito all’esercito abbiamo potuto notare come esso nei giorni delle proteste si sia rifiutato di prendere una posizione netta e si sia limitato a stare alla finestra e vedere un po’ cosa accade. Questo comportamento si può spiegare nel fatto che da un lato è consapevole che il regime di Mubarak è agli sgoccioli equindi non vuole puntare su un cavallo perdente, dall’altra non vuole correreil rischio di veder ridimensionato il suo ruolo ed il suo enorme potere in unostato di ispirazione democratica. Preferisce in definitiva una transizione lenta senza scosse, con un passaggio di poteri a persone di fiducia dell’esercitoquali per esempio l’attuale vicepresidente e capo dei servizi segreti Suleiman.Mubarak quindi è deciso a non mollare subito le redini del potere ed anzi vuole gestire in prima persona il passaggio dei poteri a uomini di sua fiducia. Ciò naturalmente si rivelerebbe un’immensa presa in giro per chi vuole un cambiamento in quanto subirebbe oltre al danno delle angherie subite dagli ultimi colpi di coda dell’attuale regime, anche la beffa della nascita di un nuovo regime che perpetua gli interessi e i meccanismi del primo.

Come hanno annunciato sia El Baradei che i Fratelli Musulmani indietro non si torna, pretendono le immediate dimissioni di Mubarak e l’indizione di elezioni democratiche. Purtroppo dubito che nonostante lerichieste della piazza, delle Nazioni Unite e di parte della comunità internazionale il regime di Mubarak si farà da parte. Come abbiamo potuto assistere nella giornata di ieri il regime ha spiegato tutta la sua arrogante violenza generando scontri tra pacifici manifestanti e provocatori, censurando ogni notizia e mandando a tutti gli egiziani sms a sostegno del regime. Per giunta sono stati presi di mira in particolar modo i giornalisti e gli attivisti per i diritti umani a cui è stata data la caccia tutto il giorno tanto che le Nazioni Unite sono state obbligate a chiudere la loro sede. Probabilmente l’illusione di poter vedere come in Tunisia una rivoluzione con dosi minime di violenza si dovrà scontrare con la cruda realtà ed altre vite dovranno essere immolate sull’altare della libertà e della dignità. Dopotutto una rivoluzione non è mai un pranzo di gala. Massima solidarietà e massimo rispetto per chi scenderà nei prossimi giorni nellepiazze dell’Egitto per sfidare l’arroganza del regime e il più grande augurio perché la lotta si riveli infine vittoriosa e si possa propagare a tutti i Paesi in cui regna l’ingiustizia e la corruzione compresa l’Italia.  


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permalink | inviato da Malatesta85 il 4/2/2011 alle 16:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Rivoluzionando: il sud mediterraneo ci da una lezione
post pubblicato in Politica, il 29 gennaio 2011


E' da qualche giorno che penso di scrivere...

non voglio parlare della "Nipote di Mubarak" ma della Regione da cui viene: la sponda sud del Mediterraneo.

I nostri media ne parlano davvero poco ma la svolta è epocale: per la prima volta nella storia recente i Paesi cosiddetti "musulmani" si interrogano su una democrazia diversa da quella clanica in cui sono stati finora...

Tunisia, Egitto... ma anche altri si sono svegliati e la società civile cerca di prendersi ciò che è sua di diritto: la sovranità.

La Tunisia è stata governata dal novembre 1987 dal generale Zine El-Abidine Ben Ali, che ha deposto il presidente Bourguiba per senilità (modo gentile per definire il morbo di Alzheimer), con un colpo di stato "medico", favorito fra l'altro dall'Italia: il 14 gennaio 2011 termina anticipatamente il mandato presidenziale di Ben Ali, fuggito all'estero a seguito delle proteste popolari contro il carovita. Ad assumere provvisoriamente la presidenza, secondo la costituzione tunisina, è il presidente della Camera Fouad Mebazaa, con l'apertura inaugurando un'incerta fase transitoria.

L'Egitto è governato dal 1987 dal Presidente
Hosni Mubarak che negli anni ha modellato la Costituzione egiziana sulla sua figura diventando di fatto presidente a vita, comprimendo i diritti civili e costruendo uno stato di polizia. Anche qui la società civile si sta facendo sentire e qualcosa sta cambiando (staremo a vedere).
Un'ottima panoramica  sul clamore internazionale suscitato dalla situazione egiziana la potete trovare qui 

E noi??? Parliamo di Mubarak solo quando si parla di Ruby, una delle amiche del Premier, e della Tunisia... boh!!!

Ieri ci sono state manifestazioni in tutte le maggiori città italiane (tra le quali anche Padova) ma nei media... niente!!!

Quanto dobbiamo imparare dalla "arretrata" sponda sud del mediterraneo...
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