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Libia, crimini e corti
post pubblicato in Politica, il 29 giugno 2011


La notizia di questi giorni è il mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale contro Gheddafi... ma vediamo perché:

uno spaccato dei crimini dei libici ce lo da questo filmato di Report, ritrasmesso da Rainews



a seguito di questi e di altri episodi la CPI spicca un mandato di cattura per crimini contro l'umanità


Solo 4 mesi fa, la richiesta mondiale di giustizia per i crimini commessi in Libia e il Consiglio di Sicurezza dell'ONU all'unanimità hanno richiesto l'intervento della Corte Penale Internazionale. Ieri, la Corte ha trasmesso la sua prima decisione, spiccando mandati di arresto per Muhammar Gheddafi, il figlio Saif Al-Islam Gheddafi e Abdullah Al Senussi per aver ucciso civili sulle strade e per le vaste persecuzioni nei confronti dei dissidenti nelle loro case e per crimini contro l'umanità. I Giudici considerano che questi debbano essere arrestati per prevenire questi dall'uso dei loro poteri nel continuare la commissione di tali crimini.


Questa è la vera reazione della comunità internazionale e su questo si dovrebbe lavorare, non con i bombardamenti che per forza di cose si riperquotono soprattutto sui civili...

Auspico, personalmente, che sempre più e sempre più Paesi percorrano la strada della giustizia invece della strada della forza.
Ecco perché Frattini tentenna...
post pubblicato in Politica, il 21 febbraio 2011


Gli scontri in Libia sono forti: almeno 300 morti a Bengasi, assalto ai palazzi governativi a Tripoli, repressione forte da parte del governo libico (un'ottimo articolo che spiega la situazione lo trovate qui)

e Frattini? il silenzio assordante da parte della diplomazia italiana non è solo frutto di interessi economici legati ai rifornimenti energetici; non è legato all'amicizia col nostro Primo Ministro (o almeno non solo) ma al fatto che ad uccidere i libici ci sono le NOSTRE armi!!!

Come un piccolo Wikileaks vi posto il comunicato stampa dell'Archivio Disarmo che vi potrà dare un'ottica sulle nostre esportazioni armamentali verso la Libia...




COMUNICATO STAMPA


Mentre continuano a pervenire dalla Libia drammatiche notizie sulla violenta repressione ad opera del regime, appare utile ricordare che Tripoli è un partner commerciale importante per l’Italia anche nel settore militare. Infatti in questo paese è diretto circa il 2% delle esportazioni totali dell’Italia, ponendosi come l’undicesimo paese importatore delle armi italiane.

Tra l’altro, dopo un leggero calo tra il 2005 e il 2007, nel 2008 il valore delle spese militari libiche ha ricominciato a crescere, raggiungendo la cifra di 1,1 miliardi di dollari nel 2008, aprendo quindi prospettive interessanti alle esportazioni di armi.

In base ai Rapporti del Presidente del Consiglio dei Ministri sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, il valore delle esportazioni di armi italiane alla Libia è in costante crescita a partire dal 2006, anno in cui riprendono i flussi commerciali tra i due Stati. Le autorizzazioni alle esportazioni italiane in Libia per il 2009 sono state pari a circa 111,8 milioni di euro, in aumento rispetto ai 93 milioni circa del 2008 (in particolare bombe, siluri, eazzi, aeromobili e apparecchiature elettroniche).


E’ utile ricordare che negli ultimi dieci anni diversi sono stati gli accordi stipulati con il regime di Gheddafi:


  • La Agusta Westlands, una società del Gruppo Finmeccanica, ha venduto 10 elicotteri AW109E Power tra il 2006 e il 2009, per un valore di circa 80 milioni di euro. L’azienda, inoltre, afferma di avere venduto quasi 20 elicotteri negli ultimi anni, tra cui l’aereo monorotore AW119K per le missioni mediche di emergenza e il bimotore medio AW139 per le attività di sicurezza generale.


  • Joint-venture: la Libyan Italian Advanced Technology Company (LIATEC), posseduta al 50% dalla Libyan Company for Aviation Industry, al 25% da Finmeccanica e al 25% da Agusta Westlands. LIATEC offre servizi di manutenzione e addestramento degli equipaggi dei velivoli AW119K, AW109 e AW139, tra cui servizio di assistenza tecnica, revisioni e fornitura di pezzi diricambio.


  • Nel gennaio 2008 Alenia Aeronautica, un’altra società del Gruppo, ha firmato un accordo con la Libia per la fornitura di un ATR-42MP Surveyor, un velivolo adibito al pattugliamento marittimo. Inoltre, nel contratto, del valore di 31 milioni di euro, sono compresi l’addestramento dei piloti, degli operatori di sistema, supporto logistico e parti di ricambio.


  • Itas srl, una società di La Spezia (secondo il Servizio Studi - Dipartimento affari esteri della Camera, doc.140-21/05/2010) cura il controllo tecnico e la manutenzione dei missili Otomat, acquistati a partire degli anni Settanta dal governo di Tripoli. L’Otomat è un missile a lunga gittata antinave.


  • A seguito degli accordi contenuti nel Trattato di Bengasi, nel maggio 2009, la Guardia di Finanza ha proceduto alla consegna delle prime tre motovedette alla Marina libica per il pattugliamento nel Mar Mediterraneo, seguite nel febbraio 2010 da altre tre imbarcazioni (da una di queste sono state sparate raffiche di mitragliatrice contro un peschereccio italiano nel 2010).


La Finmeccanica ha stipulato accordi con società libiche:

  • Nel 2009 ha firmato un Memorandum of Understanding per la promozione di attività di cooperazione strategica con la LIA (Libyan Investment Authority) e con la LAP (la Libya Africa Investment Portfolio).


  • SELEX Sistemi Integrati, società del Gruppo Finmeccanica, ha firmato nell’ottobre 2009 un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini.


Solo ora, di fronte alla rivolta popolare che si sta diffondendo nei paesi nordafricani, si scopre che questi regimi sono illiberali, mentre i governi occidentali li hanno appoggiati a lungo, fornendo armamenti in cambio di materie prime e opportunamente “distraendosi” sui temi fondamentali del rispetto dei diritti umani e delle elementari libertà civili conculcate in questi paesi, come nel caso libico.



Prof. Maurizio Simoncelli

Vicepresidente dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo



Roma 21 febbraio 2011


EGITTO: INDIETRO NON SI TORNA!
post pubblicato in Politica, il 4 febbraio 2011



Quello che sta succedendo nei Paesi del nord africa è un qualcosa di epocale -  per profondità e vastità del cambiamento paragonabile al crollo del muro di Berlino - a cui tutti noi dovremmo dedicare molta attenzione oltre che profondo rispetto.  E’ singolare come sia l’Unione Europea sia gli Stati Uniti si siano dimostrati impreparati e sorpresi dalla rapida successione degli eventi; a dir poco scandalose sono apparse le ripetute dichiarazioni delnostro ministro degli Esteri a sostegno di Ben Alì e di Mubarak. Di fronte ad un fatto storico di tale portata il silenzio dell’Unione Europa risulta assordante. L’incapacità di prendere una posizione chiara e scevra da interessi particolari ha condannato per l’ennesima volta l’Europa a non contare nulla sulla scena internazionale. Sull’altra sponda dell’Atlantico invece gli Stati Uniti si sono mossi con un’ambiguità che dimostra platealmente come considerino l’Egitto un Paese chiave per la protezione dei propri interessi vitali in tutto il Medio Oriente. E per mantenere il controllo sull’Egitto sono disposti a fare di esso un nuovo Pakistan dove il potere è retto da un connubio tra Islam politico ed intelligence.

La piccola onda sorta in Tunisia si è propagata negli Stati vicini (geograficamente e culturalmente) con la velocità e la forza di uno tsunami e ha dato coraggio e unità di intenti a centinaia di migliaia di persone, giovani in particolare, che sono scese nelle piazza dell’Algeria, del Marocco, della Libia, dello Yemen, della Giordania, della Siria e dell’Egitto.

Grandi protagonisti delle manifestazioni non sono stati i partiti islamici come temuto da qualcuno, ma bensì i giovani, (il gruppo sociale sul quale più pesa la mancanza di prospettive per il futuro) che vedono mancare il lavoro, vedono i loro sforzi posti nello studio e nel miglioramento di sé stessi resi vani da un sistema corrotto dove la meritocrazia non esiste, si sentono schiacciati dalla censura e dalla mancanza di libertà. Proprio i giovani sono stati una risorsa inesauribile di energia ed organizzazione a sostegno delle manifestazioni oceaniche. Hanno fatto ricorso all’utilizzo delle nuove tecnologie quali cellulari ed internet, e grazie ai blog e a facebook hanno potuto aggirare la censura e sono riusciti nonostante gli sforzi del regime egiziano e tunisino ad inventare sempre nuovi modi per comunicare ed organizzare la protesta (un grande ruolo e significato ha avuto la collaborazione della comunità anarchica informale che con i suoi suggerimenti ha istruito gli internauti egiziani a bypassare le restrizioni che venivano via via poste per accedere alla rete. Internet si è rivelata per l’ennesima volta un grande strumento al servizio della democrazia che proprio per questo deve restare libero e reso accessibile a tutti.

Il filo conduttore della protesta che scuote il mondo arabo risiede nella volontà di sottrarsi al controllo di regimi incapaci e corrotti emanazione di una classe dirigente che ha perso ogni contatto con la società e che tende meramente all’autoconservazione (basti pensare al previsto passaggio di poteri che si sarebbe verificato proprio in Egitto da Mubarak senior a Mubarak junior) e a proteggere gli interessi del mondo occidentale in particolar modo statunitensi. Ma gli eventi che hanno scosso la Tunisia hanno aperto gli occhi a molti egiziani che credevano oramai impossibile una svolta e la riappropriazione del proprio futuro. La roccambolesca e un po’ grottesca fuga del presidente tunisino Ben Alì e del suo clan con valigie piene di soldi al seguito hanno dimostrato come questi regimi siano molto meno granitici di quanto sembrino e che possono essere messi in seria difficoltà, ed infine sciogliersi come neve al sole, quando si trovano davanti una consistente parte della società fortemente determinata a veder cambiare le cose. Alle rivendicazioni di una maggiore libertà si associano le rivendicazioni di larga parte del mondo operaio e contadino che vedono i propri redditi diventare sempre più miseri per via di una globalizzazione senza regole. Non bisogna dimenticare infatti che il cuore della protesta ha un nucleo forte di rivendicazioni economiche.

Tuttavia il regime egiziano non è uguale a quello Tunisino, esso può contare su di un esercito e su servizi segreti alquanto potenti. In merito all’esercito abbiamo potuto notare come esso nei giorni delle proteste si sia rifiutato di prendere una posizione netta e si sia limitato a stare alla finestra e vedere un po’ cosa accade. Questo comportamento si può spiegare nel fatto che da un lato è consapevole che il regime di Mubarak è agli sgoccioli equindi non vuole puntare su un cavallo perdente, dall’altra non vuole correreil rischio di veder ridimensionato il suo ruolo ed il suo enorme potere in unostato di ispirazione democratica. Preferisce in definitiva una transizione lenta senza scosse, con un passaggio di poteri a persone di fiducia dell’esercitoquali per esempio l’attuale vicepresidente e capo dei servizi segreti Suleiman.Mubarak quindi è deciso a non mollare subito le redini del potere ed anzi vuole gestire in prima persona il passaggio dei poteri a uomini di sua fiducia. Ciò naturalmente si rivelerebbe un’immensa presa in giro per chi vuole un cambiamento in quanto subirebbe oltre al danno delle angherie subite dagli ultimi colpi di coda dell’attuale regime, anche la beffa della nascita di un nuovo regime che perpetua gli interessi e i meccanismi del primo.

Come hanno annunciato sia El Baradei che i Fratelli Musulmani indietro non si torna, pretendono le immediate dimissioni di Mubarak e l’indizione di elezioni democratiche. Purtroppo dubito che nonostante lerichieste della piazza, delle Nazioni Unite e di parte della comunità internazionale il regime di Mubarak si farà da parte. Come abbiamo potuto assistere nella giornata di ieri il regime ha spiegato tutta la sua arrogante violenza generando scontri tra pacifici manifestanti e provocatori, censurando ogni notizia e mandando a tutti gli egiziani sms a sostegno del regime. Per giunta sono stati presi di mira in particolar modo i giornalisti e gli attivisti per i diritti umani a cui è stata data la caccia tutto il giorno tanto che le Nazioni Unite sono state obbligate a chiudere la loro sede. Probabilmente l’illusione di poter vedere come in Tunisia una rivoluzione con dosi minime di violenza si dovrà scontrare con la cruda realtà ed altre vite dovranno essere immolate sull’altare della libertà e della dignità. Dopotutto una rivoluzione non è mai un pranzo di gala. Massima solidarietà e massimo rispetto per chi scenderà nei prossimi giorni nellepiazze dell’Egitto per sfidare l’arroganza del regime e il più grande augurio perché la lotta si riveli infine vittoriosa e si possa propagare a tutti i Paesi in cui regna l’ingiustizia e la corruzione compresa l’Italia.  


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permalink | inviato da Malatesta85 il 4/2/2011 alle 16:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Rivoluzionando: il sud mediterraneo ci da una lezione
post pubblicato in Politica, il 29 gennaio 2011


E' da qualche giorno che penso di scrivere...

non voglio parlare della "Nipote di Mubarak" ma della Regione da cui viene: la sponda sud del Mediterraneo.

I nostri media ne parlano davvero poco ma la svolta è epocale: per la prima volta nella storia recente i Paesi cosiddetti "musulmani" si interrogano su una democrazia diversa da quella clanica in cui sono stati finora...

Tunisia, Egitto... ma anche altri si sono svegliati e la società civile cerca di prendersi ciò che è sua di diritto: la sovranità.

La Tunisia è stata governata dal novembre 1987 dal generale Zine El-Abidine Ben Ali, che ha deposto il presidente Bourguiba per senilità (modo gentile per definire il morbo di Alzheimer), con un colpo di stato "medico", favorito fra l'altro dall'Italia: il 14 gennaio 2011 termina anticipatamente il mandato presidenziale di Ben Ali, fuggito all'estero a seguito delle proteste popolari contro il carovita. Ad assumere provvisoriamente la presidenza, secondo la costituzione tunisina, è il presidente della Camera Fouad Mebazaa, con l'apertura inaugurando un'incerta fase transitoria.

L'Egitto è governato dal 1987 dal Presidente
Hosni Mubarak che negli anni ha modellato la Costituzione egiziana sulla sua figura diventando di fatto presidente a vita, comprimendo i diritti civili e costruendo uno stato di polizia. Anche qui la società civile si sta facendo sentire e qualcosa sta cambiando (staremo a vedere).
Un'ottima panoramica  sul clamore internazionale suscitato dalla situazione egiziana la potete trovare qui 

E noi??? Parliamo di Mubarak solo quando si parla di Ruby, una delle amiche del Premier, e della Tunisia... boh!!!

Ieri ci sono state manifestazioni in tutte le maggiori città italiane (tra le quali anche Padova) ma nei media... niente!!!

Quanto dobbiamo imparare dalla "arretrata" sponda sud del mediterraneo...
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