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Lottate studenti, lottate!

Ci troviamo ad una settimana esatta dal disastroso esito della mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Esito determinato dalla barbara e criminale campagna acquisti portata avanti da un signore che ha fatto della compravendita e del ricatto la sua arma migliore per arrivare ai gradini più alti delle istituzioni italiane e per rimanerci nonostante l’enorme conflitto di interessi e i reati e gli illeciti commessi.

La prima vittima del redivivo governo saranno gli studenti, proprio domani è prevista l’approvazione definitiva del decreto Gelmini che contribuirà al disfacimento dell’università italiana già così pesantemente umiliata con le ultime riforme e finanziarie. Ma gli studenti giustamente non ci stanno, nonostante la loro disponibilità non sono stati nemmeno interpellati dal ministro dell’Istruzione che ha proseguito per la sua strada a testa bassa, sabotando ogni possibilità di dialogo, e dimostrandosi perciò la vera causa della tensione che pervade le piazze.  Si prospetta quindi una giornata di grandi manifestazioni nella capitale, mentre iene come Gasparri e La Russa cercano in tutti i modi di far salire la tensione rievocando gli anni di piombo e lo stato di eccezione. Bisognerebbe ricordare a tutti coloro che ascoltano le loro deplorevoli parole che in quegli anni proprio questi due pacifici signori erano in giro per le piazze coi manganelli in compagnia dell’attuale sindaco di Roma Alemanno. Inoltre fanno riferimento ad un pezzo della storia del nostro Paese che ormai appartiene al passato, le dinamiche di oggi e di allora non sono le stesse, le forze in campo, gli obiettivi, le prospettive, le speranze sono diverse. Mentre 40 anni fa si manifestava con un obiettivo ambizioso, ovverosia per cercare di far diventare realtà un’utopia, con tutti gli eccessi ma anche con tutte le eccezionali sperimentazioni di quel grande movimento. Oggi invece si scende in piazza non per un obiettivo di lungo periodo, ma per lanciare un grido disperato. Ormai non si ha più alcuna speranza nel domani, i lavoratori che hanno un lavoro e si vedono portare via tutti i diritti vivono nel terrore di perdere il loro impiego e di non sapere più come sfamare le proprie famiglie, a pagare il mutuo della casa che la banca è pronta a papparsi in un sol boccone; i precari non sanno se da qui a tre mesi il loro contratto verrà rinnovato o meno e tirano avanti con stipendi che potremo definire di sussistenza, i giovani, studenti e non, vedono le poche certezze che ancora gli davano speranza sfaldarsi davanti ai loro occhi. La rabbia e il malessere sta crescendo nel nostro Paese, gli scontri della settimana scorsa ne sono la prova lampante. Non ci sono né infiltrati né provocatori, come non ce n’erano in Francia, in Gran Bretagna, in Grecia. E’ solo la volontà di ribellarsi al futuro nero che si profila all’orizzonte, di cercare di riappropriarsi delle proprie vite, di dire basta a questa disgustosa e grottesca sceneggiata messa in piedi dalla politica mentre l’Italia affonda sempre più. Gli eccessi fanno parte di questo, è naturale, non si può pretendere che centomila persone incazzate e disperate siano tutte ben educate e sgomberino il campo dopo un’ordinata sfilata. E’ gente che non si riconosce più in niente, né nei sindacati e ancor di meno nei partiti, non si sentono più rappresentati da nessuno, la loro parola è stata completamente derubricata dalla pubblica piazza e dall’agenda politica. Sono individui atomizzati, stritolati dall’evidente fallimento del capitalismo e della classe politica sia di destra che di sinistra. In parte violenti perché la violenza è un modo per attirare l’attenzione su di loro e sui loro problemi di cui nessuno sembra accorgersi. Ma poi sono davvero loro i veri violenti o è chi gioca con le vite di milioni di persone pensando solo al tornaconto personale?  E’ triste pensare a chi, come fa Saviano, pretende di fare la paternale a questi individui, non c’è paternale che tenga, e soprattutto da quale pulpito? Chi è che si può ritenere degno di dire “fate i bravi e sperate”. Mi viene in mente una delle ultime interviste di quel grandissimo uomo che è Mario Monicelli, nella quale quasi con rabbia affermava che la speranza è una brutta parola, è ingannatrice! Sperare in chi, in che cosa? E ha avuto finalmente il coraggio di sdoganare una parola che spero sentiremo presto risuonare per le piazze e per le strade: Rivoluzione.

 

Pubblicato il 21/12/2010 alle 17.53 nella rubrica Politica.

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